La favola bella della Mantenera: i passi di Elisa nel mio bosco

Per anni ho camminato nel bosco della Mantenera, a Tricarico, sola, con i miei cani, con un libro nello zaino. Seduta sull’erba osservavo i ruderi silenziosi nascosti nella foresta, immaginando quel posto vivo nei secoli scorsi; sentendo quasi le voci di chi ci abitava, immaginavo feste, danze, canti, e lavoro duro.

Chi fossero questi fantasmi che mi facevano compagnia non mi era dato di sapere, sebbene riuscissi a vedere con esattezza le mani forti che trasportavano la carriola che ora giace arrugginita nei campi, i bambini che giocavano passando sotto l’arco che il tempo ha conservato intatto, le ragazze che ballavano in primavera, gli uomini che cantavano finita la mietitura.

Giorni interi trascorsi tra quelle pietre antiche con Freccia e Gigia che, dopo aver camminato con me per chilometri, si sedevano nei pressi della fontana Gagliardi per trovare un po’ di refrigerio nella calura estiva.

Porgevo l’orecchio ad ogni fruscio, e non solo per amplificare la serenità dell’atmosfera bucolica, ma, soprattutto, per la paura che mi si parasse davanti un cinghiale. Non devi andare da sola nel bosco, me lo sono sentita dire così tante volte che ho finito per non dire più a nessuno dove andassi.

Perché è inutile spiegare a chi non capisce

Il bosco mi salva

Il bosco salva

Lo aveva capito Elisa quasi due secoli fa

La scelta radicale di Elisa Formichi

Il fratello, illustre accademico, straordinario studioso dovette rimanere esterrefatto alla notizia che la sua amata Elisa aveva deciso di abbandonare la casa paterna a via Chiaia, i salotti letterari, il San Carlo, gli abiti sartoriali, un futuro radioso in una casa con tutte le comodità nella capitale del regno per trasferirsi in un posto sperduto in Lucania dove, ancora cinquant’anni dopo, Carlo Levi scoprirà che nemmeno Cristo ci era mai voluto andare.

Elisa Formichi, sorella del più famoso Carlo, nel 1889 parlava cinque lingue, aveva avuto probabilmente i migliori insegnanti che si potessero avere in tempi in cui le donne non potevano frequentare la scuola superiore; avrà sicuramente respirato l’influenza di Kerbaker, il grande orientalista insegnante del fratello, come pure frequentato la straordinaria biblioteca nel palazzo dei suoi vicini, i duchi di Avalos. Eppure si apprestava a trasferirsi in un luogo dove il 99 per cento degli abitanti erano analfabeti totali con cui non avrebbe potuto nemmeno parlare, perché il loro idioma le era sconosciuto; in un paese dove le strade sono colme “di pozzanchere occupate sovente da animali”, come scriveva preoccupato per la sorte di questa giovane cittadina il suo futuro suocero.

la masseria Gagliardi, come era originariamente

Forse Carlo avrà maledetto il giorno in cui Giovannino Gagliardi fu presentato alla sorella (che ci veniva a fare a Napoli quest’uomo che a stento sapeva leggere e scrivere?). Da studioso proiettato verso i più alti vertici della cultura europea, non poteva accettare che quella mente finissima andasse a spegnersi nel silenzio di una terra così arcaica.

La vita vera alla Mantenera: oltre i libri di Carlo Formichi

E se, invece, fosse accaduto semplicemente che Elisa aveva trovato nella vita vera quello che il suo amato fratello cercava sui libri?

Probabilmente ha messo in pratica, con la leggerezza della fanciulla innamorata, quello che il fratello approfondiva traducendo i testi più sacri dell’antica India: la vera sapienza si trova nella capacità di spogliarsi dei privilegi e ritrovare l’essenziale.

E se Elisa avesse trovato proprio nella foresta reale il suo Vanaprastha, il rifugio sacro in cui l’anima si salva dal rumore del mondo?

E io la vedo oggi, la straordinaria amazzone che scende dal paese alla Mantenera sul suo cavallo bianco, che si addentra nel bosco dove Giovannino la sta aspettando insieme al suo cavallo fulvo; li vedo che chiacchierano, si amano tra i cespugli, si raccontano, e ridono, perché sono felici.

Dopo soli sette anni di gioia, Elisa muore improvvisamente per una setticemia da parto prematuro, lasciando un dolore straziante in tutti coloro che in quegli anni l’avevano potuta conoscere.

La masseria Gagliardi nel bosco della Mantenera, Tricarico

Giovannino restituisce tutta la dote ai Formichi (tra cui un quartino a Piazza di Spagna ed una bella villa ad Ischia): a lui non importava nient’altro che la sua favola spezzata per sempre, non sarebbe bastata una reggia in capo al mondo a fargliela rivivere. Passò il resto dei suoi anni nel silenzio dei suoi pensieri, scontroso con chi lo avvicinava; per tutta la vita è sceso quasi tutti i giorni alla Mantenera, cercando la sua pace interrotta che solo lì poteva almeno in parte ricreare.

Tra le due famiglie non ci furono più rapporti, e io immagino il risentimento per chi vede morire una sorella di 32 anni perché andata a vivere in un posto primitivo, mentre a Napoli avrebbe avuto i migliori specialisti nei migliori ospedali.

Ho conosciuto la storia di Elisa grazie a Franco Gagliardi Lagala, innamorato della Mantenera e di questa zia acquisita la cui bella anima aleggia sulla sua famiglia da quasi due secoli. Franco ama la Mantenera quanto me e la conosce quanto me, anzi di più, perché la ricorda come era prima del rimboschimento che ne ha stravolto l’aspetto. Lui per me è la riprova che quello che conta nella vita sono le persone e gli incontri di anime. Franco mi ha aiutato a scoprire quello che cercavo da tanto tempo; mai avrei immaginato che quello che cercavo era una me stessa vissuta due secoli fa.

Parliamo spesso con Franco di Elisa. Nell’ultimo messaggio mi chiede di confrontare due sue foto (prima e dopo il matrimonio): “A Napoli cosa avvenne? Cosa ti dice, cosa vedi nell’immagine che segue e che la coglie a Napoli poco prima del matrimonio?”

Tu mi chiedi a Napoli cosa avvenne, io mi chiedo cosa accadde alla Mantenera. Elisa avrà trovato se stessa. Si è riscoperta in una vita non costretta da obblighi e giudizi altrui, ha trovato in Giovannino l’uomo dall’intelligenza viva e non imbrigliata dai dogmi culturali. Ha trovato la libertà. Ma sono tutte ipotesi che lasciano il tempo che trovano perché in Elisa noi vediamo quello che vogliamo vedere: dopo quasi due secoli facciamo vivere il sogno.

Perché non c’è posto migliore del mio bosco dove far rivivere

la favola bella

che ieri

t’illuse, che oggi m’illude.

Un commento

  1. Benvenuti nei commenti.
    Ho condiviso con voi questa mia ipotesi su Elisa e Carlo Formichi, ma sono curiosa: cosa vedete voi nei suoi occhi prima e dopo quel viaggio? Vi aspetto qui sotto per parlarne insieme.

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